Quando si parla di reggae anni ’70, i primi nomi che vengono in mente sono Bob Marley o Dennis Brown. Ma se ci si avvicina ai sound system, agli angoli di strada e ai dancehall dei ghetti di Kingston, emerge una voce chiara e inconfondibile: Big Youth.
Con le sue dreadlocks fluenti, i denti tempestati di gemme e testi spirituali e legati alla vita di strada, Big Youth trasformò il deejay (toaster) in un vero profeta al microfono. Per chi ama il roots anni ’70 e il DJ reggae su vinile, è una figura assolutamente essenziale.
Dalle strade di Kingston al sound del ghetto
Big Youth, nato Manley Augustus Buchanan il 19 aprile 1949 a Kingston, Jamaica, crebbe con una madre predicatrice cristiana molto severa.
Lasciò la scuola intorno ai 13 anni per imparare il mestiere di meccanico.
Il soprannome Big Youth lo ottenne mentre lavorava nel cantiere dell’hotel Sheraton di Kingston: era il più giovane e il più alto tra gli operai.

Proprio nel vano ascensore del Sheraton scoprì l’eco che avrebbe poi caratterizzato la sua presenza scenica. Come raccontò a United Reggae, gridava dentro il vano – “Yo yo yeah?” – e ascoltava la sua voce rimbalzare come un delay e un riverbero naturali.
Di notte si immergeva nella cultura sound system: enormi casse, dub plate esclusivi e deejay che tostavano sulle versioni strumentali. Alla fine degli anni ’60 divenne un nome fisso del sound Lord Tippertone, uno dei sistemi roots più importanti dell’epoca. Da lì iniziò davvero la leggenda.
Testi Rasta al microfono: cambia il ruolo del deejay
Negli anni ’60 e nei primi ’70 in Giamaica la maggior parte delle canzoni parlava di amore romantico, “yeah yeah baby” e poco più. Big Youth voleva andare oltre. Sul microfono iniziò a parlare di:
- Spiritualità e coscienza Rastafari
- Ingiustizia sociale e vita nei ghetti
- Amore come umanità, non solo come romance
- Educazione, elevazione dei giovani, consapevolezza spirituale
Dove altri deejay mantenevano un tono leggero, lui predicava. Voleva insegnare, come disse lui stesso: “Fate l’amore, non la guerra, perché la guerra è brutta e l’amore è bello.” Usava il sound system come una sorta di chiesa di strada.
Anche la sua visione del Rastafari era chiara: “Il Rastafarianesimo non è una religione. È naturale. E io sono una persona naturale.”

Questa dimensione “naturale” – niente pettine, niente compromessi, vita ital – entrò direttamente nei suoi testi. Non voleva solo intrattenere: voleva educare.
Le prime registrazioni e il successo di “S. 90 Skank”
Come molti grandi artisti, i primi singoli di Big Youth nei primi anni ’70 non ebbero grande successo.
Le cose cambiarono quando si unì al giovane produttore Gussie Clark:
- “The Killer” – il suo primo vero successo
- “Tippertone Rocking” – un omaggio al sound system che lo aveva reso famoso

Ma la vera esplosione arrivò con “Ace 90 Skank” / “S90 Skank”, brano composto e prodotto da Keith Hudson e pubblicato nel 1972.
DancehallMag riporta che “S90 Skank” fu un grande successo in Giamaica e venne persino usato in uno spot televisivo della moto Honda che lo aveva ispirato.
Screaming Target e l’epoca d’oro degli anni ’70
Nel 1972, Big Youth apparve sull’album Chi Chi Run, la compilation prodotta da Prince Buster con artisti come Alton Ellis e John Holt. Nello stesso anno pubblicò il suo album più iconico e duraturo: Screaming Target, costruito su classici riddim rocksteady e reggae. Big Youth li cavalca con una combinazione di canto, parlato e toasting conversazionale.
Gli anni ’70 furono la sua era dominante:
- Dreadlocks Dread (1975) – cultura Rasta al centro, radici pesanti
- Hit the Road Jack (1976) – reggae giamaicano con influenze soul e pop
- Isaiah First Prophet of Old (1978) – temi biblici e r reasoning profondamente Rasta
Sul palco era altrettanto potente:
- Uno dei primi a mostrare le dreadlocks con orgoglio su palchi e copertine
- Celebre per agitare le sue treccine e far impazzire il pubblico
- Denti decorati con gemme rosse, oro e verde: un simbolo visivo di regalità Rasta
Punk, tour in UK e influenza globale
Nel 1977, Big Youth fece un tour in Inghilterra, portando il suo stile profetico a un pubblico nuovo. Le date di Londra, soprattutto al Rainbow, furono enormi.
Il mondo punk britannico – già affascinato dall’energia ribelle del reggae – lo accolse con entusiasmo. Johnny Rotten (John Lydon) dei Sex Pistols lo vide al Rainbow e andò nel backstage per farsi fotografare con lui. Un episodio che testimonia l’incontro naturale tra reggae roots e punk.
Gli LP e i 12″ di Big Youth dell’epoca sono un ponte perfetto tra le due culture.
Testi consapevoli e poesia urbana su vinile
Big Youth non si limitava a slogan: i suoi testi dipingono quadri completi della vita giamaicana.
La compilation 3-CD Natty Universal Dread (2000) raccoglie molti dei suoi brani chiave degli anni ’70. Anche parlando di difficoltà, Big Youth porta sempre compassione ed elevazione.
Per questo motivo è spesso considerato uno dei primi artisti reggae a professare apertamente il Rastafari nei suoi brani come tema centrale.
Anni ’80, evoluzione, e Beyond the Blue
L’arrivo del digitale negli anni ’80 – drum machine, synth, early dancehall – non favorì tutti gli artisti roots degli anni ’70. Anche la popolarità di Big Youth diminuì, ma non scomparve mai.
Continuò a sperimentare:
- A Luta Continua (1985) – con influenze jazz
- “Chanting” (1991) – su riddim dancehall digitale
Con il tempo, la sua produzione anni ’70 venne ristampata e valorizzata, consacrandolo come decano del reggae e del DJ style.
Negli anni 2000 e 2010 registrò in modo più selettivo, scegliendo quando esibirsi.
Una tappa fondamentale è Beyond the Blue (2021), realizzato con il produttore dub francese Brain Damage e con Samuel Clayton.

Anche oltre i settant’anni, come suggerisce l’intervista su United Reggae, Big Youth suona ancora come un uomo con “qualcosa da dimostrare”: passionale, affilato, pronto a difendere la sua eredità musicale nella storia del reggae.
Big Youth e il Rastafari: dal cortile della chiesa al “Back O’ Wall”
Una delle parti più affascinanti della sua storia è il passaggio dall’ambiente cristiano severo della madre alle comunità Rasta di Kingston.
Anche conosciuto come Jah Youth, ricorda gli anziani Rastafari nelle zone come Back O’ Wall, una comunità povera dove molti Rasta si stabilirono. Da giovane ammirava Leonard Howell e Mortimer Planno, figure chiave del movimento.
Sua madre inizialmente rifiutò il suo percorso Rasta, creando forti tensioni familiari. Col tempo, però, comprese la sua forza interiore. Big Youth la descrive come una “spiritual healer”, capace di leggere le persone e predire il futuro, un’abilità che lui stesso percepisce come una forma di “telepatia” spirituale.
Questa componente mistica si sente nel modo in cui parla al microfono: parte predicatore, parte profeta, parte cronista della strada.
FAQ: Big Youth for reggae lovers & collectors
Big Youth (Manley Augustus Buchanan), anche conosciuto come Jah Youth, è un deejay giamaicano degli anni ’70 considerato un pioniere del toasting. È noto per i suoi testi Rastafari, la critica sociale e uno stile vocale unico tra canto e declamazione.
Ha trasformato il ruolo del deejay, da semplice intrattenitore a voce spirituale e politica. La sua influenza si estende anche oltre il reggae, contribuendo indirettamente alle basi del rap e dell’hip-hop grazie alla tradizione giamaicana del toasting.
A dicembre 2025, sì. Anche se oggi registra e si esibisce meno rispetto agli anni ’70, rimane una figura rispettata. Album come Beyond the Blue (2021) dimostrano che ha ancora una forte presenza al microfono.
Fonti:
Big Youth Interview by UnitedReggae
Big Youth Biography by Fred Thomas on all music.com
Dancehallmag
Immagine di copertina da jamaica-gleaner.com




